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Il nuovo album di Sampha: Process

Ci sono dischi che, come le storie, vanno raccontati dall'inizio alla fine. Ce ne sono altri, invece, i cui elementi sono sparsi nel tempo e fluttuano leggeri, senza avere un'origine ben precisa.

 

Quando partono le dolci note di (No One Knows Me) Like The Piano pensi davvero che il migliore amico di questo ragazzo sia il pianoforte, forse lo stesso che gli fu regalato quando aveva poco più di cinque anni, il resto poi sarà solo una conseguenza di quell’amore a prima vista. Ma Sampha Sisay ha intitolato questo suo lungo debutto Process e la prima impressione che si ha è che quell’inizio non sia il vero inizio della storia.

Insomma, indubbiamente questo strumento è da sempre parte fondamentale della sua vita ma l’incantevole atmosfera malinconica di quella ballad cela qualcosa di molto più significativo, pezzi di vita che hanno cambiato in modo più profondo l’esistenza del musicista londinese: le morti dei suoi genitori, per esempio, temporalmente distanti tra loro ma accomunate dalla causa più spaventosa per l’essere umano, il cancro. In questo senso, Process, sembra assumere la forma di una lunga strada da traversare, alla ricerca di brandelli di serenità per affrontare le difficoltà del cammino. E in questo cammino spirituale l’elettronica accompagna senza invadenza le linee di piano impegnate in una sorta di hip pop elegante, speziato con la raffinatezza del soul. Questa combinazione fa impazzire e questo disco era uno dei più attesi dell’anno, ma non è esattamente oggi che Sampha ci offre una prima prova del suo talento. Proprio come gli uomini nella mitologia greca sapevano di dover entrare nella grazie degli dei per una vita lunga e felice, Sampha si è guadagnato stima e rispetto nell’ambiente scrivendo in questi ultimi anni per artisti del calibro di Kanye West, Drake, SBTRKT, Solange e una delle mie divinità preferite, FKA Twigs. La strada si è aperta man mano e i due EP pubblicati nel 2010 (Sundanza) e nel 2013 (Dual) hanno rivelato le prime indicazioni per capire dove Sampha volesse andare.

 

 

I dieci brani di Process seguono quelle stesse indicazioni soul ma la domanda a cui decidono di rispondere non è dove egli voglia arrivare, bensì, chi è l’uomo che ha intrapreso questo percorso e quanto questo percorso lo abbia temprato.

È giovane, Sampha. Ha solo ventisette anni e vive nella città-cuore pulsante delle sonorità che stanno dominando gli ultimi tempi. È giovane e molto bravo. Tanto che se ne stanno innamorando tutti e con un po’ di attenzione lo si può riconoscere nei lavori degli artisti sopracitati per cui ha scritto e prodotto canzoni. Tanto che lo si può vedere già brillare. Tanto che sembra quasi banale dire che è bravo. Tanto che un disco in cui i riflettori sono tutti puntati su di lui possa addirittura fargli correre il rischio di smascherare difetti e punti deboli. Tanto che, si sa, per deludere aspettative troppo alte ci vuole davvero un niente.

In realtà una volta partito il disco non si ha più la lucidità per fare tutte queste riflessioni. Process sembra provenire da una dimensione ultraterrena: c’è qualcosa di mistico e calamitante fin dai primi secondi di Plastic 100°C che riesce a far empatizzare con tutto il dolore del Nostro, la cui vita è stata segnata da una storia di malattie e percorsi difficili. La luminosa composizione si dirama in una moltitudine di suoni ipnotici e spaziali e avvolge come uno strato di carta troppo leggero parole cariche di sofferenza pronte a esplodere da un momento all’altro. Ma la tensione si avverte davvero in Blood On Me, pezzo molto più claustrofobico, che potrebbe benissimo essere la sigla di benvenuto per l’inferno con i suoi cori angoscianti in sottofondo.

 

 

Le trame sonore di questo disco sono orientaleggianti, cangianti. Da un momento all’altro accelerano i ritmi e trasportano in posti lontanissimi, sempre alla ricerca della presenza di qualcuno che non c’è più, sia chiaro, come in Kora Sings, il cui tappeto sonoro disegna tribali suggestioni variopinte o la caleidoscopica Timmy’s Prayer, vera perla dell’album. In questo tripudio di suoni manipolati e stratificati emerge però un elemento, L’ELEMENTO, a ricordare che questo disco è più umano che mai: la voce di Sampha. È calda, carica di intensità, sofferta e consapevole del proprio fascino. Anche in brani un po’ semplici e immediati, come Incomplete Kisses, riesce a scavare nelle profondità di questo percorso introspettivo. Un percorso in cui la sfera sonora mette a punto una produzione elettronica impeccabile e la fa scontrare con il mondo delle fragilità umane. Sampha esprime dolore, il bisogno di riavere qualcuno che non c’è più. Esaspera questo sentimento fino a ridurlo in particelle piccolissime e scintillanti; fino a fare di Process una terapia curativa per se stesso e un disco necessario a tutti quelli che hanno riposto nel cassetto le emozioni che non sanno lasciar andare.

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