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In difesa della mediocrità del gusto

Ascolto il cazzo che voglio, e sto bene così grazie.

 

“Ma come? Non hai mai ascoltato i Sunn O)))? E poi mi vai a postare gli Alt-J, ma fammi il piacere!”

 

L’infilarti una penna nel culo, non farà di te un pavone. Il discorso è pressappoco questo: in materia di musica non si è mai abbastanza istruiti, non si va mai troppo in là. Sì perché anche se ti fai ascolti quotidiani di Todd Rundgren, Rashaan Roland Kirk o Bark Psychosis, sul web (perché ovviamente è lì che tutto avviene, dove altro?) trovi sempre il genio per il quale i tuoi gusti sono sempre e comunque “banali” e “scontati” (la terminologia di solito non è più complessa di così), che non si sa come riesce sempre a tirarti fuori la perla nascosta, quell’artista sudcoreano sedicenne che produce raffinatissimo elettro post-indie usando solo i propri peti ed arrangiandoli poi con GarageBand.

Quindi parte la solita gara a chi ce l’ha più lungo, versione music-lover: “Ma come fai a non aver mai sentito i Clock DVA?”, “I Ministry sopravvalutati, ma fammi il piacere!” e la frase di apertura qui sopra sono esempi abbastanza eloquenti.

 

Il punto è che questa “guerra”, questo dover utilizzare la musica (quando non è il cinema, o la politica, o chissà che altro) per scontrarsi a tutti i costi con gli eretici che la pensano diversamente, viene combattuta, per così dire, da soldati che se ne stanno al sicuro nelle trincee.

Bastano un paio di clic, digitare su Google frasi come “underrated band”, affidarsi a siti come Best Ever Albums ed un po’ di aiuto dalla cara, vecchia Wikipedia ed il gioco è fatto: in mezz’ora diventi un esperto di musica, conosci tutti i generi e tutte le band e sai tutto di tutto. Il che è solo una facciata, ovviamente, come lo è sempre quando si tratta di usare i gusti musicali per esprimere concetti del calibro di “io sono meglio di te”.

 

Storia vecchia dover ricordare che la conoscenza in musica (come del resto la conoscenza in genere), quella vera, si matura con anni di ascolti e di approfondimenti e non dopo aver ascoltato un paio di album. Non è che dopo aver ascoltato Nevermind the Bollocks sai alla perfezione cos’è il punk rock. Pensiamo ai nostri genitori, che ai bei vecchi tempi dovevano risparmiare settimane per acquistare un album dei Police, che dovevano farsi arrivare i nastri dei Cocteau Twins d’importazione dalla Svezia, che per sapere delle nuove uscite dovevano affidarsi a riviste e fanzine.

 

Oggi i campioni della conoscenza sono tanti e spadroneggiano sui social deridendo l’ignoranza dei miseri mortali che sono “ancora” fermi ai Beatles e ai Pink Floyd. Tutto per sentito dire, naturalmente, tutto approssimativo. L’insulto viene prima del gusto, la pretesa superiorità prima dell’emozione e la convenzionalità è il più grande peccato. Infatti: quale peggior peccato, sul web, di dire qualcosa che è già stato detto (il che inevitabilmente, quando migliaia di persone discutono di uno stesso argomento, alla fine accade)?

 

Per i gusti musicali è lo stesso: vietato ascoltare cose canoniche, cose famose o banali, altrimenti sei un ignorante, un burino, l’ultimo dei fessi. Si ragiona per estremi: è sempre meglio riempire troppo il bicchiere, e farlo strabordare, che riempirlo a metà; e questa è una legge universale.

A questo punto arriva qualcuno di molto ingenuo e dice una cosa come: “Ok, ma se a me piace questo gruppo, perché non va bene che lo ascolti?”, e qui precipitiamo alla questione di fondo e cioè “Perché ascoltiamo la musica?”

Una domanda talmente complessa che nemmeno Stephen Hawking saprebbe rispondere, per cui lungi da noi tentare. Diciamo solo che, banalizzando all’estremo (e permettendoci di essere un po’ retorici, che ogni tanto non fa male), la musica ci serve per “sentirci bene”.

 

Ma il nostro sapientone di prima, quello dei Sunn O))), giustamente replicherà: “va bene, ma se ascolti Rihanna ascolti solo un prodotto commerciale accuratamente progettato per vendere e ti fai fregare”. Vero, ma se cominciamo ad analizzare i rapporti tra prodotto e industria tipo Benjamin non ne usciamo più: vogliamo metterci a fare il conto di quante volte ogni giorno la società ci infinocchia, col cibo che mangiamo, coi vestiti che indossiamo, con i servizi di cui usufruiamo, con le persone con cui parliamo? Ma, sempre sul nostro caro web, la seconda legge recita: “non arrivare mai per ultimo, non farti mai trovare impreparato, cerca sempre di distinguerti”. E allora quale sarebbe la soluzione? “Living is easy with eyes closed?”?

 

E se la soluzione stesse nel mezzo, in quel bicchiere riempito a metà che non ti darà l’inebriante soddisfazione di sapere qualcosa in più degli altri, ma magari riuscirà nella notevole impresa di dissetarti, senza farti sbrodolare addosso?

 

Non, quindi, “chi se ne frega”, ma neppure l’estremo opposto. Sapere che cosa si ascolta, chi ha scritto quella canzone, chi l’ha prodotta, a che genere appartiene; ma farsene una ragione se non è elettronica minimalista o extreme death metal. Ricordarsi che la vita è fatta anche di mediocrità e che ogni tanto non fa male smettere di voler sempre dimostrare qualcosa a qualcuno, sedersi tranquilli e spararsi i buoni Led Zeppelin. Ci proviamo?

 

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