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Il disegno di Generic Animal

Sarà per colpa dei topoi che mi girano in mente per il prossimo romanzo, sarà che ho letto da poco “Gli animali che amiamo” di Volodine, sarà perché quando l’ho scoperto ero tornato per un attimo indietro nel tempo ad ascoltare un vecchio album di Bonobo (“Animal Magic”), sarà per le cover colorate di ogni singolo, fatto sta che Generic Animals, già solo per il nome aveva colpito la mia curiosità.

Ascoltarlo non ha fatto altro che confermare le mie ipotesi. Il self-titled album di Luca Galizia, classe novantacinque, è un lavoro su cui puntare in questo 2018, che non poteva aprirsi in modo migliore.

Nella situazione stagnante dell’indie italiano, in cui la canzone diventa più un confezionamento pubblicitario, una misticanza di ingredienti funzionanti provenienti da altri e più fortunati artisti, Generic Animal è un respiro di aria fresca e autentica.

I testi, scritti da Jacopo Lietti dei Fine Before You Came, rispettano da una parte quel filone di elementi piccoli e quotidiani – la zuppa a casa della mamma, i vecchi del parchetto, il broncio, i vari “te l’avevo detto”, l’omino del meteo – a cui ci siamo assuefatti da quando la musica “indipendente” ha preso piede (un po’ come se fossimo le povere cavie di Bmw costrette a respirare i loro gas di scarico), dall’altra tuttavia si incastrano in una chiave differente, sono colorati in modo da non poter risultare, già solo al secondo ascolto, altamente indigesti.

La melodia si basa su delicati arpeggi di chitarra e la cosa interessante ed esteticamente piacevole è l’atmosfera minimale che si respira. L’album di Luca è senza dubbio un disco semplice, che fa di questa semplicità una marca distintiva, un fregio da lasciar sventolare al vento nel mezzo degli tsunami.

In una vecchia intervista a RockIt, Generic Animal affermava che tutto è nato dalla sua bozza di un piccolo animaletto. Non era una animale preciso, era un animale generico, per l’appunto. E l’eponimo album si presenta allo stesso modo: tratti di matita e chitarra, ombre disegnate con campionature eleganti e i cori a mo’ di colori, ovviamente giustapposti in modo sagace (rilevante la doppia voce a tempo alternato nei pressi del bridge di “Broncio” o la voce femminile che lo accompagna nella chiusa di “Alle Fontanelle”).

La voce e le atmosfere melodiche di Luca ricordano da una parte la dolcezza malinconica di alcuni pezzi di Eden (“End Credits” e “Sex” ad esempio), dall’altra invece, quando ciò che deve dire supera ciò che ha deciso di dire, quando il significato trasborda dal testo, la voce graffia come quella di Daniele Celona quando grida i suoi poemi al cielo, tipo in “Luna”.

Un lavoro, insomma, che mischia il classico e il nuovo, l’elettronico e l’analogico, la rabbia e i sussurri, in un modo genuino. Ecco, se dovessi definire in modo secco questo album lo definirei genuinamente fresco.

E non è colpa di niente se Generic Animal è così forte.

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