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Il costo dei concerti nel 2016

Le ultime vicende dei Coldplay in Italia lo dimostrano: nel 2016 andare ai concerti è sempre più un lusso per pochi.

Da qualche tempo a questa parte, più o meno dalla sottoscrizione del Premium di Spotify, dalla prenotazione di un paio di festival estivi e dalla conseguente dilapidazione di quel già gracile C/C, ho notato un personale, graduale e poi radicale cambiamento d’approccio nei confronti della musica.

 

È come se negli ultimi mesi avessi delegato allo streaming il timone degli ascolti, che di per sé non sarebbe un male se non fosse un processo di trasformazione flemmatico e radicale, il quale temo abbia risentito di alcune variabili sociali sulle quali sento qui la necessità di discutere con voi, nella speranza di non essere l’unico che, in parte, ha smesso di ascoltare musica dal vivo o di non essere il solo ad aver parcheggiato in qualche cofanetto impolverato la lisztomania di un tempo.

 

Tra le tante variabili socio – filocapitalistiche in gioco, credo che partire da quelle più evidenti (e meno scontate proprio perché più evidenti) sia una buona chiave di lettura di questo indolente processo di trasformazione, il quale temo non sia solo mio. Nonostante i dati del rapporto IFPI del 2016 sostengano il contrario, lo streaming musicale sta generando un surplus continuo d’informazioni e contenuti che, per quanto dicotomico possa risultare, rischia di generare un processo di minusvalenza del prodotto stesso, estrinsecandosi a pieno nei perversi filamenti della logica capitalistica, che tanto ci piace.

 

Questo processo può portare, sempre seguendo una prospettiva di libero mercato e intrallazzi economici, alla perdita di valore del prodotto, del contenuto: quello stesso contenuto che quindici anni fa sarebbe stato massimizzato dalla assenza dei multiformi canali di streaming odierni. Al suo valore gap.  

 

Ora, dato il “quindici anni fa”, un graziealcazzo sarebbe anche molto pertinente, specie se si volesse controbattere sulla efficienza dello streaming contro quel fenomeno decennale che è stata (è ancora?) la pirateria: ma aspettate un secondo. Perché alla perdita di valore dovuta allo streaming musicale, sembra non riflettersi, ma bensì trasformarsi nel suo contrario (quasi come un meccanismo di formazione reattiva), la nuova e recente ondata di popolarità dei concerti, dei festival, dei live in generale. Specie se si tiene conto dell’aumento del costo medio dei concerti, conseguenza dovuta, in modo abbastanza evidente, alla riduzione dei ricavi della musica registrata e delle relative (s)vendite online.

 

 

Vuoi perché Internet permette la diffusione istantanea delle informazioni, l’ottimizzazione dei processi di comunicazione e marketing, vuoi perché la produzione discografica negli ultimi anni ha subito un processo di proliferazione vertiginoso , vuoi perché l’industria discografica ha saputo instancabilmente adattarsi alle esigenze di un mercato recidivo, vuoi perché il tutto è più della somma delle sue singole parti, il risultato di queste variabili-addendi ha provocato la contemporanea esplosione globale del consumo e del turismo musicale, tanto che Frances More, CEO dell’IFPI, sostiene che il mondo digitale ha reso un importante contributo al valore delle etichette e a quello degli artisti. Campando di questo, sarebbe subito POLEMICHETTA:

ma andiamo avanti.

 

dollari-like

 

Com’è possibile quindi spiegare questo scarto, tra svalorizzazione dello streaming e rapace valorizzazione dei live? Quale chiave di lettura utilizzare per rattoppare questo dislivello e perché il valore di mercato dei live sta aumentando così tanto nel momento in cui i media penetrano la società da ogni interstizio a loro disposizione?

(E sai kuale adorano + di tutti? IL TUO!!1!1!!!)

 

Ma soprattutto perché nella nostra bella Penisola, appena un qualsiasi cane imbracci una chitarra ed un microfono, diventiamo tutti così coglioni da pagargli affitto, bollette e condominio, non appena diviene sufficientemente popolare? Perché anche io, del resto, sebbene abbia smesso ormai da anni di comprare musica, continuo a dilapidare le tasche per quei venti, trenta live annuali, anche a costo di finire in quella spirale di disumanità che ti spinge a finire ad un concerto da solo, felicemente immerso in quell’alone di tristezza.

 

Questo tunnel socio–economo–musicofilo a mio avviso va letto secondo due prospettive: da una parte quella socio-psicologica, dall’altra quella socio-economica e se da un lato le varianti sono semplici ed evidenti, dall’altro sono molto più sottili e contorte.

 

 

Uno studio di Steven Brown della cattedra di Filosofia, Psicologia e Scienze del Linguaggio di Edinburgo sostiene il valore del concerto come il valore dell’ “Essere lì”, nella partecipazione collettiva in un qualcosa di unico e speciale: un tutt’uno che minimizza le singolari diversità a favore di una massa informe e univoca, il cui collante per qualche ora è lo spirito d’ensemble, quello della collettività, cullato/scaraventato dalle vibrazioni del suono, del rumore, del frastuono (un po’ come la dinamica della curva da stadio), che sembra giustificare il prezzo d’acquisto del biglietto.

Lo stesso studio analizza poi quali siano le motivazioni che spingono una persona ad andare ad un concerto pop (ecco: cosa vi spinge ad andare ad uno stronzissimo concerto pop – Beyoncé esclusa ovviamente – da trilioni di euro?) rinvenendo motivazioni che spaziano dalle stimolazioni visive alla prossimità con le star, pardon i musicisti, dalle novità e dalle aspettative verso lo sconosciuto, all’unicità dell’evento, variabile di fondamentale importanza. Pensate alle recenti sgroppate di Rihanna a San Siro: come perdersele del resto?

 

L’altro punto è che “il live”, più che un semplice concerto è una pratica culturale in continua evoluzione, un rito di passaggio che scandisce in quei detestabili frammenti di slow-motion e ripresa video “l’ io c’ero, ora posso raccontarlo”, marcando il momento tra un tweet, uno status, una pic su Instagram, una registrazione Whatsapp inoltrata a tre quarti di rubrica ed infine quella chiamatina al compagno di banco che non hai mai più sentito dal quinto liceo: OK! Ci sei stato! Grande! Adesso basta però, posa il giochino.

 

Basti pensare al parallelo processo di trasformazione semantico del “live”: il “live” che nasce in quegli anni ’50 nei country club e nelle locande di sobborgo e che urlava a gran voce “EHY AMICO, ‘STA ROBA NON È REGISTRATA: È ROBA AUTENTICA, QUI ED ORA. GODINE.” è oggi esasperato nel culto dell’attimo di una fallace diretta Facebook, nell’illusione d’essere importanti per qualcuno, visti da qualcuno, sentiti da qualcuno.

Il resto passa in sordina, fa da contorno. Il focus “sono io” è su di me: su di me al concerto, su di me che ascolto, su di me che ho pagato così tanto per quel concerto. Che io possa ascoltare quella musica in streaming in cuffia o nel silenzio della camera da letto su un giradischi, non fregherebbe un cazzo a nessuno. A meno che non lo si condivida.

 

Dall’altro versante, quello socio-economico, bisogna dire che questo rapporto dicotomico tra musica live e non live è una storia vecchia come il cucco. Qui limitiamoci solo alle linee guida.

 

Diciamo che con il tempo, il “live” ha subito nuove e continue ripercussioni, digi-evoluzioni che la tecnologia ha saputo mediare e contestualizzare in outfit sempre differenti: alle proteste dei sindacati dei musicisti nei confronti del juke box degli anni ’40, che s’interfacciava con le due facce della medaglia e che da una parte rendeva un prodotto per la prima volta fruibile dalla massa, dall’altra toglieva valore economico alla vendita dei dischi e quindi alle conseguenti casse degli artisti, corrispondeva poi un’altra dicotomia, poi scalzata dalla tv di massa, dalle radio (con una funzione quasi sempre prevalentemente sponsor) fino all’arrivo della Mtv Generation e della sua mercificazione dell’ovvio, specialmente in chiave Peninsulare.

 

L’egemonia ventennale di Mtv  è stata uno dei pilastri portanti del cambiamento dell’economia musicale del nuovo secolo, un processo che ha instillato nella società giovanile un prodotto commerciale, (PS: commerciale sin. di “appiattimento critico”; PPS. haters gonna hate) e in quella economica una nuova idea di business, contemporaneamente all’avvento della Tv Stream che ha invertito l’endiadi live-registrazione, o meglio: concerto-streaming.

Il concerto così, da complemento oggetto del business discografico si è trasformato nel suo soggetto: la forza strutturante nell’economia musicale. Tutto il resto è diventato un suo complemento: il merchandising, i cd, YouTube, i canali stream e le briciole non pervenute delle royalties, Spotify, Tidal, Apple iTunes ecc.

 

Tempo fa girava un evento “Noleggiare una mongolfiera per vedere Gilmour dai cieli di Pompei spendendo meno di 300 euro” che sintetizza un po’ il tutto.

 

Perché se il costo medio di un concerto “medio” è triplicato, quello di una pop-rock-star, è decuplicato rispetto a vent’anni fa, con conseguenze apocalittiche sulla domanda sociale e sull’impatto psicologico nella società. Avete presente quando il Real Madrid ha speso 100 testoni per Bale? Bene, l’effetto del mercato è stato l’innalzamento del valore d’acquisto di qualsiasi giocatore da lì in poi. Vedi anche “Il Capitale”.

 

Altra variabile in gioco in questo immenso musical capitalistico è la vendita online: le agenzie di secondary ticketing online hanno il loro tasso d’interesse, che si aggiunge al costo di produzione, a quello dei service, al cachet dell’artista e alle spese di organizzazione in generale: il risultato è che poi la carota finisce puntualmente lì.

 

C’è poi da aggiungere che i concerti non sono più solo concerti, quanto spettacoli sempre più contestualizzati all’interno di rassegne a tema, festival a sfondo multinazionale, tour mondiali, in cui l’esperienza musicale si trasforma da guida a gregaria in un’esperienza olistica immersa in processo di “gentrificazione” (Davies, 2005) molto più ampio di quanto possiamo anche solo provare a descrivere. Basti solo immaginare le recenti strumentalizzazioni dei concerti in stile Festivalbar da parte di quelle multinazionali (Roma, Verona, Milano ecc.) per un chiaro ritorno d’immagine.

 

In tutto questo velato marasma i nuovi media strumentalizzano e vengono a loro volta strumentalizzati per una propaganda che non può che far economicamente bene ad entrambe le parti, prodotti e produttori del business musicale. Del resto Chomsky l’aveva preventivato:

La propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario.

E per quanto possiamo ancora aggiungere, per provare a scardinare questa struttura piramidale della produzione musicale, di cui l’ultimo esempio sta nella recente disavventura, pardon schifo, firmato Coldplay o meglio Ticket One, c’è un valore implicito di base in questo processo di trasformazione dell’ascolto, che consiste nel valore delle emozioni che l’atmosfera di un concerto comporta:

il cui prezzo vale e varrà sempre (o quasi) il fottuto costo dell’intero biglietto.

 

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