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Metacritica della critica musicale italiana

Riflessioni sullo stato della critica musicale italiana contemporanea, ma soprattutto: a che cosa serve?

Con un amico, ieri, riflettevamo sul significato del termine pleonastico e su quanto il significato di questo termine negli ultimi tempi sia sempre meno pleonastico. Vorrei perciò non sentire il bisogno di scrivere questo post, ma mi rendo sempre più conto che il tutto diventa sempre meno pleonastico appunto, quando pagine dirette discepole del male spopolano inesorabilmente alimentando il fuoco dell’ ignoranza a suon di avverbi alla cazzo di cane e giochetti di clickbaiting degni figli della deficienza di un popolo intero. 

I siti di critica musicale (magari solo questi) si dividono di conseguenza in due macrocategorie: la prima comprende un buon 80% del totale ed è la categoria degli squali. Redazioni intere o pseudo-tali (in sintesi gente che recluta altra gente totalmente incompetente e affida a tali soldatini la recensione di un album o una qualsiasi intervista con l’obiettivo di pubblicare e dire “La (fottutissima) MIA” su qualsiasi menata, per poi raccontare alla setta intellettuale delle proprie cerchie di amici hipster ripuliti sinistroidi di apparire informati, avere un giudizio ben definito nella dicotomia del totalmente pro o totalmente contro,  dove la via di mezzo viene surrogata dall’atto di cibare quel proprio ego sin troppo tronfio: dai che li conoscete, sono quelli che si fanno fare sulla propria pagina-musiczine quegli imbarazzanti e sbiascicanti saluti-videomessaggio dai front(man?) ubriachi, che nel frattempo leggono sul gobbo il nome della pagina strizzando gli occhi perché il titolo è stato scritto troppo di corsa o più semplicemente sono troppo lessi per leggerlo bene), che prendono la news da un altro sito, lo copiano-incollano viralmente, reimpastano il titolo, inseriscono la fotina accattivante e pubblicano istantaneamente in preda ad una frenesia che ha del lancinante se si è in possesso di un decimo di spirito critico o se si fa parte del settore. 

 

Questi fiori del male da parte loro hanno comunque un grande pro, che è l’ampia diffusione di contenuti a cui corrisponde un’ampia portata di pubblico che probabilmente senza quei contenuti sarebbe davvero all’oscuro di tutto ciò che accade nel mondo della musica o a cui più banalmente fregherebbe cazzi. E non ci sarebbe niente di male se la faccenda fosse tanto lineare: la pecca gigantesca di questi squali dell’Internet è tuttavia proprio lo sfruttamento di quella portata enorme verso una becera strumentalizzazione capitalistica dei contenuti stessi, ma qui è meglio fermarsi. 

 

Non so se vi capita mai di essere bombardati da quel recente surplus di informazioni che sgorga a cascata sulla home di Facebook, specie ultimamente. A me capita sempre più spesso. Nella giungla del cannibalismo da social, ogni nuova uscita di un disco, ogni nuovo singolo, ogni nuova news dal mondo dello spettacolo e soprattutto da quello della musica è accompagnata dal sovraccarico di informazioni, pioggia di link e bombardamenti di riferimenti a siti esterni che dalle più grandi testate nazionali ed internazionali arrivano alle più microscopiche pagine fan, tali da far venir voglia di rintanarsi nella propria bolla fatta di playlist private del tutto personali, faticosamente costruite nel corso degli anni. 

 

E sempre più spesso capita di non volerne uscire, se non per fare capolino e scorgere che ogni giorno lì fuori (che poi è lì dentro) le cose peggiorano inesorabilmente. Questa è la direzione verso la quale, ultimamente, quell’esperimento umano che è Zuckerberg sta spingendo i suoi algoritmi selettivi ad personam, scegliendo per il pubblico ciò che risulta più pertinente ai suoi interessi, gusti, velleità: i suoi cookies.

Drogatemi di musica e morirò ballando.

Tuttavia quegli algoritmi non sempre (ovviamente) assolvono alla loro funzione in modo ottimale e nello scrolling quotidiano puoi ritrovarti sullo schermo amicizie del tutto inspiegabili, frutto di serate diversamente sobrie che hanno comportato ad invii di richieste di amicizia a manetta o pagine il cui like risale ai tempi in cui andavi in giro con le converse e la felpa della Rams23 i cui nomi potrebbero essere sintetizzati in – drogatemi di musica e morirò ballando – o robe così.  

 

Ed ecco, è proprio per questo motivo che oggi vogliamo offrirvi una guida alle testate italiane di musica che per noi rappresentano il centro di gravità permanente, fonte di spunto e scuola di specializzazione, in linea con il pensiero che Francesco Farabegoli (fondatore di Bastonate) ha recentemente rilasciato in un’intervista: 

 

«La maggior parte dei giornalisti musicali, quelli che non hanno problemi a definirsi tali intendo, hanno una riverenza per la loro professione che travalica i confini dell’umano senso e li fa sentire in obbligo di essere noiosi. Ci sono eccezioni, un sacco di eccezioni e un sacco di gente non noiosa, ma ti sfogli una rivista e ci sono le recensioni e poi le interviste e se ti va bene due articoli trasversali interessanti. Le linee editoriali e tutta quella roba; a me non è che dispiaccia, ma è roba che quando la fai ti senti addosso dieci anni più di quelli che hai. Credo si veda dal sito che ho: con Bastonate mi muovo a rovescio. L’obiettivo, quando inizio a scrivere, è che il pezzo sia interessante. Di base della musica non mi frega niente, ma voglio che il pezzo abbia un punto di vista diverso o che sia scritto bene. Questa cosa per certi versi è una gabbia stupida, a volte non parlo di dischi che mi piacciono e vorrei che la gente ascoltasse, solo perché non riesco a trovare niente di davvero interessante da dire. Però in generale è un buon modo per non annoiarsi e continuare ad aver voglia di aggiornare»

 

Sebbene possa sembrare scontato ed ovvio, ultimamente siamo stati sparati tutti così forte che ci siamo persi quel piccolo passaggio in cui tutto questo grande processo, questa enorme, quest’impetuosa montagna di merda è diventata proprio tanto scontata da risultare nella norma. Oggi perciò non parleremo di quell’80% e dei suoi sitarelli gravitazionali i cui nomi non riuscirebbero a sottostare ad un semplice elenchino, poiché potremmo farci le sei di mattina e non saremmo arrivati neanche a metà dell’opera. 

 

Oggi è su quel 20% che ci vogliamo concentrare, iniziando da:

 

 

  

BASTONATE

 Il primo sito che associamo al giornalismo musicale è Bastonate del gran buon vecchio “FF”. 

 

Entrando nel sito, un profano, probabilmente, la prima cosa che potrebbe esclamare è: “CHE MERDA”, specie se il profano è diplomato allo IED, ha in tasca la versione plus dell’ultimo iPhone e stasera spenderà una mezza fella in cocktail annacquati allo Smash. 

 

Avete presente l’esclamazione “VECCHIE MANIERE” che un paio d’anni fa andava tanto di moda? Ecco, Bastonate è proprio questo, il tanto caro blog Altervista con impaginazione frontale e zero se95zioni. Graficamente una vera cagata (un designer lo definirebbe “minimal”). Tuttavia, se solo vi con06centrate sui contenuti, sui singoli articoli, scrollando pezzo dopo pezzo, vi renderete conto che c’è un polo di eccellenza critica, argomentata e (cosa più importante) lucidissima, che non ha bisogno di ghirigori di nessun tipo perché la bellezza di ogni singolo pezzo prende già a ceffoni, quelli che la nostra generazione ha visto mancare in tenera età.

 

“Bastonate nasce nel maggio 2009 come blog di musica pesante. Dopo qualche settimana non è più necessario che la musica sia pesante. Rimane fondamentalmente un blog di musica, ma trovate anche pezzi che parlano di altra roba. Bastonate non nasce a scopi divulgativi/promozionali. Non pubblichiamo news a meno che non ci freghi qualcosa, non mettiamo agendine di concerti, non intervistiamo i gruppi.” Francesco continua la descrizione: “Non sono un musicista, non ho mai registrato un disco, non ho mai posseduto un’etichetta, so distinguere a malapena una chitarra dall’altra. Le recriminazioni tipo “sei incazzato perché non ti caga nessuno” o “vediamo cosa saresti in grado di fare tu” mi fanno una pippa.”

“TRENT’ANNI DI INTERNET DI CUI QUASI VENTI CON ME TRA LE BALLE” è il titolo di una delle ultime Bastonate per posta: ci auguriamo che anche i prossimi 30 ce l’abbiano tra le balle.

 

NOISEY 

NOISEY è quella cosa che puntualmente mi ricorda di cambiare mestiere o, almeno, hobby. 

Personalmente ho iniziato a scrivere di musica qualche anno fa in preda alle conseguenze euforiche che l’ascolto di un nuovo brano riusciva a trasmettermi a livello emotivo, nel tentativo di incanalare quelle emozioni in un flusso di coscienza ordinato, ragionato, critico. Ma ordinare le emozioni, traslarle in una loro razionalità e successivamente delineare un filo conduttore coerente non è compito facile, anzi. Credo sia proprio il punto culmine di una buona critica: questo processo di trasformazione che dall’irrazionale sopraggiunge al razionale, che da un pensiero magari comune, centrifugo e radiale di un fluido magmatico in continua ebollizione, senza un contenitore sufficientemente capiente, arriva ad una sua cristallizzazione e contenzione in uno di dimensioni abbastanza adeguate all’oggetto che analizza. 

 

Personalmente ho smesso di scrivere di musica da ormai un bel po’, proprio perché, leggendo quello che fuoriesce dalle teste di quella redazione, dall’apparente e indisponente spocchiosità di Birsa alla lucida e divertente pragmatica di Virginia, dalla strutturata e consapevole rabbia dark-wave di Sonia, al black humour premestruale di Mattia (senza dimenticare – ma che cazzo lo ribadisco a fare – l’imponenza di Demented – che neanche a dirlo “je farei una pippa” per quanto sentimento di affetto nutro verso la sua persona prima ancora dei suoi scritti, che sono sicuro verranno studiati nei manuali accademici in un prossimo futuro), ho sentito il bisogno di fermarmi, leggere, incanalare le emozioni.

 

Una volta litigavo con mio fratello più grande su una cosa – tipo l’importanza delle regole e dell’ordine nella vita di un uomo – quando mi ha detto: “noi siamo degli animali, la specie più evoluta, ma rimaniamo sempre animali.” Ora non ricordo perché quella frase mi prese a calci in bocca, se per il fatto che l’avesse detta un fratello più grande o perché effettivamente le cose stanno così nonostante istruzione, cultura, civiltà e compagnia bella provino a contenere quell’indole antidiluviana. 

Ingenuamente mi piace pensare che Noisey sia proprio questo, cioè un dare spazio a quei sentimenti primitivi con l’ausilio della scrittura, della stesura, della revisione sensata. Uno svincolo culturale da regole e giudizi preimpostati di una società orientata sempre più, come un banco di pesci, verso la stessa omologante, comune, noiosa direzione. 

 

Eppure sento dire che questa redazione, questo suo particolare modo di intendere il giornalismo o lo si ama o lo si odia: i commenti ne sono la prova più evidente. Tuttavia il punto non è il singolo articolo che magari contempla l’ultimo del Guercio e prende a randellate il nuovo di Blake o taccia Agnelli di fare le marchette per compensare la propria, ingombrante persona; il punto risiede nel modo di pensare che ripone al centro della riflessione, con una certa sregolatezza spirituale e un certo veleno nel sangue, il pensiero critico. 

 

Boh, la smetto di menarla tanto per le lunghe; credo che quello che voglio dire sia semplicemente: grazie per quello che fate ragazzi, vi voglio bene.

 

THE NEW NOISE  

The New Noise è una webmagazine che segue musica alternativa, sotterranea e non convenzionale, senza mai trascurare la realtà italiana: indie, punk/hc, metal (estremo e non solo), industrial ed elettroniche.

 

The New Noise si considera un ibrido tra il vecchio mondo delle fanzine cartacee e il web con le sue potenzialità multimediali. Conta su di uno staff affiatato da anni d’esperienza comune, col quale non cerca di coprire tutte le moltissime uscite annuali, ma si concentra su ciò che dimostra originalità, passione o capacità di comunicare. Non discrimina in base alle copie vendute, ma si ostina a dar voce a chiunque sappia catturare l’attenzione. Com’era? Giovani, belli, ribelli.

 

 

ONDAROCK

(Sì lo so, in prima pagina c’è Vinicio Capossela, mi dispiace.)

 

Se con Noisey siamo sul versante della razionalizzazione dell’irrazionale, con OndaRock siamo sulla sponda opposta. Posa il dito sul dizionario dei sinonimi e contrari, sfoglia le pagine e posa il dito a caso sulle prime centocinquanta parole che capitano, coniuga il tutto ed avrai un articolo forbito, accademico ed immerso nell’autoerotismo della retorica. No dai scherzo, è più un ménage a trois. Effettivamente OndaRock, nascendo da un forum unopuntozero, è figlio di un circolo di persone inizialmente abbastanza elitario, la cui impostazione editoriale è stata improntata sull’ideale classico di recensione, per il quale si ha la pretesa di essere sguazzatamente obiettivi, senza voler spezzare le gambe a nessuno. 

Chi di voi è pratico del portale, sa che in didascalia la descrizione recita: N.1 Italian music webzine.

 

Effettivamente la matematica non è un’opinione: i numeri ci sono e continueranno ad esserci. Del resto la retorica hai il suo enorme fascino, fascino che molto spesso si perde nello sproloquio ma che sa anche raccontare dettagliatamente le sfumature di un disco pennellando il tutto, come già detto, con ghirigori arabeschi, la cui struttura arzigogolata porta tuttavia ad un simbolismo evocativo di immagini vivide che prendono forma durante il corso della lettura.  

Avete capito no?

 

È una linea editoriale fondamentalmente coerente con se stessa e con un ideale più ampio di giornalismo e totalmente opposto ai siti di cui sopra, frutto della perseveranza ventennale di una redazione ramificata a livello nazionale, comunque ottima per chi si crogiola nell’ampollosità. 

 

Questi sono i siti che personalmente prendo in considerazione quando si parla di giornalismo musicale impegnato.

Eccezione fatta per Il Mucchio Selvaggio ed XL di cui non proferirò parola causa argomenti sconosciuti, c’è poi la parentesi Rolling Stone, che oscilla anch’esso tra le onde di mari calmi ed ondate dedite alla causa (affermazione da prendere con le pinze) e cavalloni tempestosi  di scoop, news ed il tanto famigerato quanto mai pervenuto mainstream. Infine esiste tutta un’altra sotto categoria che può essere compresa anch’essa in quel 20% anche se non totalmente, per ovvie ragioni di grandezza, organizzazione interna e spalle non troppo coperte economicamente parlando: mi riferisco a siti come SentireAscoltare che tenta di riprendere l’impostazione di Consequence of Sound, Four Domino (rivista di cultura rap che vanta spinte energiche di giovani penne e rispettive teste) Rockol (per rimanere aggiornati con le date di concerti news ed eventi nel mondo della musica) Oorlandoo (rivista di cultura a trecentosessanta gradi che nella sezione  musica porta il vanto di ottime firme) ExitWell (rivista cartacea bimestrale e gratuita e già per questo tanto di cappello per l’impegno) Soundbound webmagazine di elettronica che nonostante le incursioni di haters frustrati ce la mette tutta e qualche altra piccola realtà come DLSO che comunque prova ad emergere dal lezzo della concorrenza. La battaglia è sempre la stessa: qualità versus quantità.

Voi da che parte state?

 

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