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I greatest hits hanno francamente rotto il cazzo

Nuovi mercati, stesse, vecchie, ormai ridicole strategie discografiche.

Il greatest hits: come riciclarsi all’infinito e vendere felici.

Possiamo dire, approssimando, che il periodo di massima creatività di una band ne copre di solito più o meno i primi vent’anni di attività; dopo, salvo rarissimi casi (leggi alla voce: David Bowie), si tratta sempre di riproporre le stesse formule, leggermente variate ed aggiornate per seguire le tendenze musicali più di moda.

Un leitmotiv di base da parte dell’endiadi artista-casa discografica che puzza di riciclo stagnante di vecchie glorie passate, ma che viene inspiegabilmente propinato al pubblico come un prodotto commerciale nuovo, bell’e profumato, degno dei vostri soldi.

Man mano che i musicisti invecchiano, si adagiano, mettono su famiglia, comprano una bella villa con piscina e una bella macchina per correre su e giù, il desiderio di esprimersi con la musica cala: sarà una visione cinica, ma già per un artista quarantenne scrivere canzoni è sempre meno questione di sfogare rabbia, alienazione, insofferenza e incomunicabilità e sempre più questione di tirare su i soldi necessari a comprare una nuova pelliccia per la moglie.

Quando l’artista in questione poi diventa sessantenne, viene meno la voglia di fare pure quello.

Allora arriva il greatest hits. La tipica raccolta, pensata per fornire al pubblico la panoramica della produzione di una band senza costringere gli ascoltatori a sentirsi l’intera discografia. Che, diciamo, ci sta anche, se la band in questione è relativamente giovane (ritorniamo al limite dei vent’anni di attività) e sente magari il bisogno di fare il punto: sarebbe un buon momento, per esempio, per un greatest hits dei Muse.

Ma quando la band di cui si parla ha alle spalle quaranta o più anni di carriera, e pile e pile di raccolte, la cosa francamente comincia a diventare un po’ ridicola. Va bene che siamo nella società del consumo e ormai abbiamo capito che non ne usciamo, ma almeno fare finta di non essere interessati solo al guadagno aiuterebbe.

Prendiamo gli amatissimi Deep Purple, attivi dal 1968. Posto che la creatività di questo gruppo si è spenta ormai già dall’album Perfect Strangers (1984), gettando uno sguardo alla loro produzione degli ultimi vent’anni (diciamo dal ’96 ad oggi) troviamo cinque nuovi album in studio e ben sei raccolte, tra le quali l’ultima, The Vinyl Collection, è un ovvio tentativo di capitalizzare sulla moda del ritorno al vinile.

Facciamo la stessa cosa con i Rolling Stones: due nuovi album (1997 e 2005) contro ben otto compilation e questo senza contare live e raccolte di b-sides.

L’effetto è abbastanza comico, poi, quando si tratta di band scioltesi da tempo, come i Doors; dallo scioglimento del gruppo, nel 1973, hanno visto la pubblicazione:

  • The Best of The Doors (1973);
  • The Doors Greatest Hits (1980);
  • The Doors Classics (1985);
  • The Best of The Doors (sì, di nuovo, 1985); 
  • The Doors Greatest Hits (di nuovo, 1996); 
  • The Best of The Doors (terza volta, 2000); 
  • The Very Best of The Doors (2001);
  • Legacy: The Absolute Best (2003); 
  • The Very Best of The Doors (di nuovo, 2007);
  • The Future Starts Here: The Essential Doors Hits (2008);
  • e The Platinum Collection (2008).

 

Abbastanza grottesco, specie poi se si pensa che le canzoni presenti sono necessariamente sempre più o meno le stesse e varia soltanto l’ordine in cui sono proposte; oppure, alcune raccolte meno scontate possono includere anche Love Her Madly o Hyacinth House, ma il concetto di base resta lo stesso.

Questo per dire: abbiamo capito che dobbiamo comprare, ma di fronte a elenchi come questo il consumatore comincia anche a sentirsi un po’ preso per il culo. Manco fossero almeno raccolte ordinate, che seguono passo passo l’evoluzione del suono di una band, partendo cronologicamente dai primi successi e chiudendo con i grandi classici. Invece l’ordine delle canzoni è sempre studiato solo per stimolare l’ascolto e si arriva allora a situazioni assurde come quella della pessima raccolta Echoes: The Best of Pink Floyd, la cui tracklist salta continuamente avanti e indietro dal 1967 (See Emily Play), al 1979 (Another Brick in the Wall, Pt. 2), al 1994 (Marooned) ed al 1987 (Sorrow). L’effetto è un po’ quello di prendere un aereo per andare da Milano a Londra, facendo però scalo prima a Mosca, Tokyo, New York e Shangai.

Specie se si pensa, poi, che i Pink Floyd non hanno percorso solo un’evoluzione di stile musicale, ma anche delle stesse tecniche di registrazione (ed anzi, sono stati fondamentali in questo); per cui, nel loro caso più che in altri, fare seguire una canzone registrata nel 1973 da una registrata nel 1987 è un po’ come mangiare pesce col gelato sopra.

Dice: va bene non è bellissimo, ma le cose stanno così, che ci vuoi fare? Mah, il fatto è che, d’accordo, fino a una decina di anni fa non ci potevi fare niente, le case discografiche pubblicavano queste imbarazzanti quantità di compilation e tu compravi: che poi non è neanche una cosa malvagia, quando hai quindici anni e nessun genitore/fratello maggiore che ti insegna, avere una bella raccolta per scoprire uno di quei gruppi storici degli anni ‘60/’70. Ma, adesso che l’industria discografica è in crisi, che agli ascoltatori basta vedere quali sono i brani più ascoltati di un artista su Spotify, non sarebbe forse il caso di darsi una regolata? Ossia, anziché lamentarsi continuamente della pirateria online, non potrebbero le case discografiche (e gli artisti stessi) dimostrare al proprio pubblico (o, dicevamo, almeno fare finta) di non essere interessati solo al mero guadagno, magari proponendo prodotti di qualità, più mirati, pensati per gli appassionati, anziché propinare ogni tre anni raccolte sempre uguali? Voglio dire, se devo comprare, dammi almeno una buona ragione per farlo.

Per le vecchie glorie ormai è troppo tardi, sono troppe le raccolte già pubblicate e una in più o in meno, per quanto di qualità, non avrebbe molto senso. Penso alle nuove band, agli Arctic Monkeys, agli Strokes, ai White Stripes, agli Arcade Fire: nessuno di questi ha ancora pubblicato una raccolta ufficiale, e per tutti sarebbe ormai ora. Quindi, visto che ormai abbiamo capito che la democrazia digitale dal basso (il P2P) e le sovrastrutture dall’alto (le case discografiche) non si possono annullare a vicenda, ma si devono incontrare a metà strada, perché non cominciare da qui? Perché non viene proposto un prodotto per il quale valga la pena di spendere quei venti euro, anziché costringermi a scegliere tra cose grossolane e, molto spesso, imbarazzanti? Perché le case discografiche non cercano di fare almeno questo passo, un gesto per così dire “di buona volontà” e sembrano invece allegramente cristallizzarsi sulle vecchie strategie di marketing, le stesse che le stanno facendo inesorabilmente affondare?

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