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Perché i singoli di Gazzelle non ci piacciono

Siamo così sicuri che Gazzelle meriti tanto successo?

Un anno fa Gazzelle debuttava al Monk di Roma. Il risultato fu fantastico. Ebbe fortuna. Benché i contenuti di Flavio siano sempre stati delusioni e prese a male, il sound era ottimo, qualitativamente onesto. E infatti “Superbattito” rientra, a mio umile avviso, nella cinquina di album che hanno sdoganato il cosiddetto “indie” (che su questo, un articolo-scazzo prima o poi lo faccio, giuro) e che lo hanno fatto senza sacrificare una certa qualità artistica, apportando anche novità sia nell’ambito musicale sia nell’ambito della microaerea dell’indie stesso.

Il problema, piuttosto, è questo: dove è andata a finire questa qualità nei singoli post album di Gazzelle? Cosmo ci ha fatti innamorare con “Sei la mica città”, Calcutta (ognuno con i propri pregiudizi) ci ha fatto ballare con “Oroscopo”, Giorgio Poi ha fatto capire chi è che comanda con “Vestito Bianco” e poi tu Flavio, caro mio, con “Sayonara”. Sei serio?

Premetto, e lo sappiamo, che le tempistiche delle etichette relativamente alle proprie pubblicazioni sono cambiate negli ultimi sei anni.

Si punta alla velocità e alla brevità, si insegue un po’ il mood del mondo: poco e sempre, ecco la dieta musicale del momento.

Magari condita con il suono usato maggiormente dai campioni di categoria: a ottanta chili usano spesso il gancio destro? Bene, aggiungiamolo nella nostra canzone.

Ma questo comporta un abbassamento necessario e logico della bellezza stessa della musica prodotta.

Ad un anno dal debutto, Gazzelle ha già racimolato: un album e almeno sette singoli. L’album, lo ripeto per chiarezza stilistica, è un buon album.

I testi, benché talvolta possano risultare semplici, lasciano trasparire una certa sofferenza e soprattutto legano subito con l’ascoltatore: se non hai desiderato sfrecciare nella macchina di Marco o bere due-tre-cose-zenzero non sei proprio nessuno, diciamocelo.

Anche la musica incatena l’ascoltatore con immensa facilità: i reef di “Non sei tu”, lo dico nel modo più semplice  e diretto che riesco, sono proprio belli, è oggettivo, e non c’è nulla da fare. Ammettilo.

Ma poi arriva “Sayonara”: va bene, Flavio avrà voluto sperimentare.
Di seguito “Stelle Filanti”: non c’è problema Gazzelle caro, ti scusiamo, avrai avuto un periodo difficile.
Ad un anno, “Martelli”: e no e mo’ basta.

Non è una questione di revival di vecchi testi messi nel cassetto che la fama e le pressioni della casa discografica ti portano a pubblicare.

C’è qualcosa nella linea di Gazzelle che ha continuato a non andare.

E non può essere una giustificazione ciò che l’artista scrive sulla sua bacheca Facebook, ovvero che il contrasto tra testi melanconici e musica “allegra” sia consapevolmente voluto.

Da te, forse Flavio. Ma noi non lo vogliamo.

Vogliamo la musica struggente di “Quella te”, vogliamo i tuoi dissidi di “Non sei tu”. L’allegria se proprio ce la vuoi dare, donacela con la classe di “Meltin’ Pot”, con lo slancio di “Balena”, ma salvaci dal supplizio di cose come “Martelli” o “Stelle Filanti”.

Forse “Nero” e “Meglio così” avranno risollevato l’andazzo dei tuoi singoli, ma anche in questi due pezzi ti sei lasciato sfuggire (dubito che l’hai voluta coscientemente eludere.

Se l’hai fatto: pentiti) una grossa e amara verità. L’arte, la musica, la letteratura – e sono sicuro lo saprai meglio di me – è (anche?) sofferenza. Se la tua musica è il megafono con cui ci dici che stai male, va benissimo.

Nessuno ti giudica, anzi t’aiutiamo pure se la qualità con cui lo condividi è affascinante tanto da farci riflettere e farci emozionare (ti dirò una cosa nuova: “Superbattito” emoziona, il resto no. Quando ritorni a farci emozionare, allora?).

Ma, infine, mi chiedo una cosa: se usi un megafono rotto, chi ti ascolterà poi?

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