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Gli Stone Temple Pilots sono i grandi sopravvissuti del grunge

La rinascita degli Stone Temple Pilots

Ripercorriamo brevemente la travagliata storia degli Stone Temple Pilots. Uno dei nomi maggiori del grunge, grande successo nel 1992. Diversi grandi album di rock alternativo, sempre più variegati e interessanti. Scioglimento nel 2001: il cantante, Scott Weiland, ha grandi problemi di dipendenza da eroina. Weiland entra nei Velvet Revolver. Funziona per un paio di album, dopodichè si riunisce al suo vecchio gruppo. Esce l’omonimo album Stone Temple Pilots (da non confondere con quello qui recensito) nel 2010. Weiland cede di nuovo alla dipendenza, viene cacciato dalla band e nel 2015 muore di overdose. Viene assunto come cantante Chester Bennington, con il quale la band registra un EP, High Rise, nel 2013. Nel 2015 Bennington lascia per tornare a dedicarsi ai Linkin Park, e nel 2017, come tutti ricorderanno, muore suicida.

La band, formata dai fratelli DeLeo, Dean e Robert, e Erik Kretz, non si arrende. nel 2017 assume un nuovo cantante, il misconosciuto Jeff Gutt, con il quale registra un nuovo album ancora. Ed eccoci qui, otto anni dopo, con altro disco intitolato sempre Stone Temple Pilots. Tutta questa storia serve a capire l’importanza di questo disco. Importanza fondamentale non solo nella storia di una band, ma anche nella storia di un genere, e di un modo di fare rock che sta scomparendo.

Gli Stone Temple Pilots sono i grandi sopravvissuti del grunge, e il presente disco lo dimostra

Il quartetto californiano riesce a dimostrare, con quest’ultimo lavoro, che è ancora possibile fare rock in quel vecchio stile senza suonare ridicoli, come molti gruppi loro contemporanei. L’album Stone Temple Pilots del 2018 propone un’energica miscela hard/alternative che può fare la gioia di qualunque fan del rock con i capelli lunghi e una birra in mano. “Middle of Nowhere“, “Guilty“, “Meadow“, “Roll Me Under” e “Good Shoes” hanno appunto questa funzione. Ma non è tutto qui. L’album rilegge anche la storia della band, con canzoni più delicate, come “The Art of Letting Go“, o più articolate, come “Finest Hour“. Tornano tranquillamente in mente album come Tiny Music… Songs from the Vatican Gift Shop (1996) e No. 4 (1999). Andiamo ben oltre i cliché che ci si aspetterebbe.

Due fattori fondamentali

Uno: la voce di Jeff Gutt, che necessariamente finisce con l’imitare lo stile del suo predecessore, pur reggendo tranquillamente il confronto. E non si tratta di una cosa nuova: senza spostarci troppo lontano, viene subito in mente la somiglianza vocale tra William DuVall, attuale cantante degli Alice in Chains, e il vecchio Layne Staley. Fattore numero due: il lavoro instancabilmente fantasioso della chitarra di Dean DeLeo, che non smette mai di perdersi in riff inaspettati e potenti.

Ascoltando questo disco, verrebbe da dire che gli Stone Temple Pilots sono tornati. La realtà è che non sono mai andati via. Sono un gruppo sempre rimasto ai margini, senza mai incontrare l’enorme acclamazione riservata ai contemporanei come Nirvana e Pearl Jam.

Eppure, sono ancora qui, dopo venticinque anni, capaci di creare un album come questo, nel quale sembra che gli anni non siano affatto passati

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