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Superorganism – Superorganism

Ecco i Superorganism: un parossismo commerciale

Il supercollettivo noto con il nome di Superorganism ha esordito sul mercato. L’album, dal titolo omonimo, è il perfetto esempio di come le tendenze musicali latenti e limitrofe vengano, con il tempo, incorporate nella formula musicale pop. Infatti è di pop che parliamo, o meglio di indie pop. O meglio ancora, di indie pop neo-psichedelico. Non che il genere conti molto.

A sentire l’album dei Superorgnanism, la prima cosa che si prova è sollievo. Sollievo nell’accorgersi che, nel 2018, si può ancora distinguere la musica cosiddetta commerciale, preparata a tavolino, dalla, chiamiamola, arte. Infatti di questo si tratta, di un progetto accuratamente curato in ogni particolare per piacere ed attirare un grande pubblico. Non parliamo però di una boy band o di una girl band, nè di un gruppo da talent. Anzi, per quel che pare, i Superorganism scrivono da soli la loro musica.

L’attenzione va spostata qui sulla cura del suono. Superorganism, come album, contiene tutto gli elementi che potrebbero attirare un largo pubblico. Distorsioni, ritmi synthpop, cantato languido e “svogliato”, glitch dove serve, titoli in caps lock con vocali omesse (“SPRORGNSM“). E più adulterazioni sonore di quante se ne potrebbero trovare in un disco di Aphex Twin. La cosa curiosa è che proprio questa continua modificazione dei suoni, che altrove segnalerebbe una volontà di sperimentazione, qui sta invece ad indicare la natura artificiosa del progetto.

Artificiosità completata, se ce ne fosse bisogno, dall’immagine del gruppo. Un collettivo multi-nazionale, con componenti di tutte le età, che lavorano in una specie di “comune”. La cantante, Orono Noguchi, una diciassettenne di origine asiatica. I videoclip della band, aggiornati all’ultima moda YTP. Persino la copertina dell’album, prevedibilmente, reca quello che appare un disegno tanto fantasioso quanto volutamente ingenuo. Insomma, i Superorganism sono la vera faccia della musica indie pop anni ’10, e mostrano tutte le costruzioni su cui questo genere si regge.

Detto questo: il disco è bello o no? Diciamo di no. Superorganism, come album, suona come se i Grouplove si facessero produrre da Mark Foster. Indie pop di genere, che non tocca picchi particolari. Dieci canzoni, tutte sul sufficiente/buono e, attenzione, tutte irrimediabilmente allegre. I Superorganism, infatti, per essere un prodotto di massa, devono porsi in maniera leggera. E, ancora, verrebbe da pensare (o da sperare) che nel 2018 tali schemi siano superati.

Ma Superorganism prova, purtroppo, che non lo sono.

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